10.11.2012

Push-Up Spintarelle



Ieri sera sono stata al Teatro dei Filodrammatici di Milano: era una vita che ci volevo andare, ma per un motivo o un altro, non ero mai riuscita. Certo che l'interno e l'esterno di quell'edificio cozzano tantissimo: insomma, tu entri in una palazzina Liberty e ti trovi in una spirale di cemento bianco, che nella sua semplicità e in uno spazio ridotto, riesce a rendersi labirintica, nel miglior stile di Le Corbusier (anche se in realtà è di Caccia Dominioni).
Non mi aspettavo che il teatro fosse così piccolo: di certo favorisce il contatto con l'attore e la struttura sembra che penda tutta in avanti, su più livelli, dandoti la sensazione di poter cadere sul palco...davvero particolare!
Detto ciò, lo spettacolo che sono andata a vedere, si intitola Push-Up (Spintarelle) di Roland Schimmelpfenning, che sembra essere una rivelazione del teatro tedesco.
Tutto sommato lo spettacolo mi è piaciuto. Era molto ben recitato, a parte qualche impappinamento degli attori qua e l'ha e il curioso accento da casalinga di Varese di uno di essi; era intervallato da una pertinentissima colonna sonora,era interessante, angosciante e a tratti anche divertente. Tuttavia non so...qualcosa non ha funzionato come dovrebbe. Il dramma metteva a confronto in maniera intelligente le vicende di vari personaggi inseriti nella gerarchia di una grande azienda, accostando diverse generazioni di lavoratori che si ritrovano a fare  e pensare esattamente le stesse cose, pur credendosi molto diversi. Di queste persone viene fuori il peggio: ambizione, superbia, follia, gelosia e i dialoghi molto corposi credo servano per generare ed amplificare il senso di ansia che gli individui devono trasmettere, riempiendo un certo vuoto con le parole, ma mi è sembrato che si esagerasse, a tratti annoiando e talvolta generando ilarità dove non ci sarebbe dovuta essere. Non so, credo che sia colpa della traduzione,oppure è un tipo di scrittura tutta tedesca, ma non so...il senso dello spettacolo e il carattere dei personaggi, dal mio punto di vista sarebbe venuto fuori anche con la metà della metà delle parole dette. Bastavano i tratti rigidi e sconvolti degli attori, gli ambienti spogli, i contenuti di base, già espressi e ripetuti.
Uno degli attori è chiaramente il sosia di Jake Gyllenhaal!
Insomma interessante, gestito da una troupe straordinariamente giovane e quindi tanto di cappello, ma non eccezionale.

10.09.2012

Mad Men


Ecco quello che io considero il telefilm-capolavoro degli ultimi 15 anni…o di sempre. Ok, mi sta piacendo moltissimo anche Boardwalk  Empire, che è a tutti gli effetti un film e con i contro capperi: per scenografie, riprese, fotografia, eccezionale cast e rispettabilissima sceneggiatura sulle grosse gang degli anni ’30 (nonché dotato di una sigla incredibile, fotograficamente perfetta e che è già un film), ma Mad Men…
Ma quanto può essere scritta bene una sceneggiatura?!
Al di là degli attori, ok, tutti bravissimi, scelti con occhio, e della bella patina che ricostruisce in maniera realistica gli anni del Boom economico americano, dal ’50 al ’70, la cosa che continua a stupirmi di più è la molteplicità di livelli che emerge  da un testo del genere. Attraverso le parole pensate e pesate di Don, protagonista assoluto della fiction, ma anche dell’ultimo dei personaggi, si riesce a ripercorrere tutte le principali vicende politiche ed economiche degli Stati Uniti nella seconda metà del Novecento, a trattare di due guerre e delle loro ripercussioni sulla società, del cambiamento psicosociale nel salto tra varie e sempre più diverse generazioni, della condizione della donna, delle sue variazioni, ed anche di ciò che non è cambiato affatto. Si intuiscono a fondo le psicologie dei personaggi, tanto che alla fine sembra di conoscerli realmente, se ne condividono i disagi e allo stesso tempo si comprendono benissimo certe dinamiche legate al mondo del lavoro, della rappresentanza, fino alla comprensione chiarissima di qualunque impiego nella gerarchia del lavoro pubblicitario.
E’ incredibile insomma, come la sceneggiatura di Mad Men possa essere una traccia così enciclopedica, multilivello ed efficace, dalla quale si emerge con la sensazione di aver capito di più: degli americani, delle relazioni, degli uomini e delle donne, della nostra stessa  società, che chiaramente è il prodotto e la naturale conseguenza di quella rappresentata.
Mi mancheranno le parole dei protagonisti di questa fiction, esattamente come mi mancano quelle di Epicuro e della sua Lettera sulla felicità: precise, perfette, modulate come le note di un brano di classica riuscito, come quelle della poesia o di romanzo dal vero valore artistico. E ad ogni modo, è anche girato benissimo: pause, tempi, dettagli, piani…un lavoro di gruppo eccezionale, che non perde un colpo, ma che acquista invece valore e aggiunge sorpresa, di serie in serie fino alla fine della quinta.
C'è molta drammaturgia teatrale in Mad Men e...quanto vorrei essere Matthew Weiner!





Shame (2011)


Shame, secondo film del regista  Steeve Mc Queen, artista polivalente ai suoi esordi cinematografici, è una vera e propria riflessione sul concetto di vergogna e sulla consapevolezza della mancanza di controllo su noi stessi, sulla consapevolezza della deformità e della malattia della nostra psiche. Nella vicenda attraversata dai due fratelli, simili anche se in condizioni diametralmente opposte: Sissy (Carey  Mulligan)  persegue un disperato bisogno d’amore e d’attenzione, mentre lo splendido Fassbender nel ruolo di Brendon , riesce ad amare fisicamente solo se non lo fa mentalmente, vengono condensate tutta una serie di problematiche che riguardano apertamente il contemporaneo.  Si parla dell’abuso di internet, di solitudine e di sopravvivenza, si viene colti per un attimo dal potere evocativo dell’arte e della musica, si accenna anche alla cause di questo profondo e diffuso malessere, in relazione alle brutture che accompagnano la crescita di intere generazioni.
Il film è interessante, la fotografia impeccabile, le inquadrature sono lunghe, intense, profondamente estetizzanti e tutto è gelido e asettico, così come deve essere, andando a cozzare con lo sporco che è nell’uso del corpo perfetto dei protagonisti e nelle loro anime.


E' stato il Figlio



Ciprì torna alla regia dopo 8 anni, per questo film del quale ha curato autonomamente anche la fotografia: non lo ricordavo, ma è stato Ddf di Roberta Torre, oltre che naturalmente di Maresco, di Bellocchio e di Celestini, ma questo forse è un dettaglio che interessa solo a me.
Che dire di questo film, se non che si tratta di un capolavoro del grottesco? Si sa, io vedo di tutto, ma era da un po’ che un prodotto cinematografico  non mi colpiva in questa maniera: è stato come ricevere una coltellata nello stomaco, mi ha lasciata stordita, quasi  disgustata. Non amo ripercorrere le trame dei film, perché credo che scriverne debba servire ad aggiungere qualcosa: uno sguardo, un pensiero, senza rivelarne nulla e si sa, una storia colpisce proprio se non se ne conoscono i risvolti.
Di certo credo che questa pellicola sia un’ottima critica ai lati più squallidi e tristi della nostra Italia, impostata in maniera assolutamente intelligente, mai banale e a tratti anche divertente. A parte qualche autocitazione, per lo più figurativa, nella scelta di alcuni personaggi dalle caratteristiche somatiche deformi, com’è sempre stato nello stile di Ciprì e Maresco, per il resto ogni individuo  è studiato e recitato in maniera impeccabile, almeno dal mio punto di vista, ed anche visualizzato nella maniera più pregnante che ci potesse essere. Noi, dietro alla cinepresa, , interagiamo con questi personaggi come se potessimo sentirne l’odore e il sudore, su qualunque piano.
 Ancora una volta Ciprì è riuscito a trasmettere non solo i contenuti allegorici e diretti di una storia come quella di Alajmo , ma tutta la carnalità, la disperazione e l’animalità di questi individui, che non possono far altro che continuare a sopravvivere e a  puntare alla salvaguardia di loro stessi, nel continuo mantenimento delle specie che fa parte della natura, ma in un ambiente che con il naturale non ha quasi più nulla a che vedere , deformato dalle idee, dalle strutture, dai sogni e dai bisogni degli esseri umani che lo abitano.
Un neanche tanto piccolo capolavoro dunque, che sintetizza alla perfezione, visivamente ed emotivamente, la violenza e la follia intrinseca dell’esistenza, nella quale noi siamo pedine, piegate dalla forma delle nostre scacchiere. Un elogio alla fotografia, impeccabile, incisiva, funzionale. Un encomio a Servillo, che come attore stimo sempre di più, nella sua interpretazione esasperata, ma allo stesso tempo nervosamente realistica, di questa vittima tra le vittime, padre di famiglia senza alcun potere, né diritto.
Anche i luoghi parlano in questo film: tutto, esprimendo un profondo disagio per la perdita totale di qualunque forma di presunta oggettività.
Una nota per me: il volto della madre, la fame della madre e la geniale figura del pensionato-usuraio, intercambiabile e sovrapponibile, ma sempre ferma su concretissime condizioni.