3.26.2007


Little Miss Sunshine: quant’è bello il road movie!

Vincitore del Sydney Film Festival 2006, Little Miss Sunshine (in onore della piccola protagonista e del concorso di bellezza per bambine cui vuole assolutamente partecipare), è il risultato di cinque anni di sfortunata lavorazione da parte dei coniugi Jonathan Dayton e Valerie Faris, che hanno un rapporto anche professionale che vanta una lunga serie di premiati video e documentari musicali su alcuni nomi tra i più importanti della scena pop-rock anglosassone. Questo è il loro primo lungometraggio e direi che non parte per nulla male, sulla scia di quello che davvero dal mio punto di vista sta diventando un “Genere coi fiocchi”, come ho sottolineato anche per The Royal Tenenbaums o per Il calamaro e la balena!
Nella sceneggiatura di Michael Arndt (che ben merita l’Oscar che ha ricevuto) si ritrova un campionario di eccentricità umane che come al solito simpaticamente ti fanno sentire parte dell’umanità, portando avanti personaggi nei quali ogni tanto ci si possa almeno un po’ riconoscere (con la famiglia che mi ritrovo e dato che giro con lo stesso mezzo del film, queste pellicole forse avrei potuto scriverle io prima che diventassero di moda!). A parte gli scherzi, il film oscilla nel tragicomico: da una parte gli eventi drammatici virano rapidamente in farsa, e dall'altra, a forza di accenti paradossali, i vincoli di solidarietà si dimostrano imprevedibilmente saldi anche in una famiglia "scoppiata" sì, ma alla fine meno di quelle "normali" piene di deleterie aspettative sui propri pargoli, trasformati in caricature di adulti pronte ad immolarsi al mondo dello spettacolo.

Un’altra di quelle pellicole da consigliare il più possibile, quantomeno per rimettersi di buon umore tutto d’un fiato, senza inutili divagazioni, nella maniera più spontanea e divertente possibile, in atmosfere nelle quali con due parole si dice tutto e lo si fa facendosi capire davvero. E’ un bene che esistano ancora storie che ci facciano pensare sempre a quanto siamo tutti assolutamente folli e a quanto poco serva, per vivere bene, inserirsi faticosamente nei più svariati ambienti o trasformarsi in altro nel tentativo di farsi amare. Una bella e necessaria critica all’idea del successo come fonte della felicità.
Mentre la frase che più viene ricordata di questa interessante pellicola è "Il mondo si divide in due categorie: vincenti e perdenti. Sapete qual è la differenza? I vincenti non si arrendono mai", io invece direi che quella che più rappresenta dal mio punto di vista il senso del film è : “Cosa sta facendo sua figlia?!”, detto da una delle organizzatrici del concorso di bellezza al padre, di fronte all’innocente spogliarello di Olive; risposta:” Mia figlia? Sta facendo…quel cazzo che vuole!!”.

Un film da rivedere e rivedere…

Da notare la colonna sonora Composta da Mychael Danna in collaborazione con i DeVotchka e la partecipazione di Sufjan Stevens, quello del bellissimo No Man’s Land di Danis Tanovic, per intenderci.

The Wicker Man (L’uomo di vimini), quello del 1973!!

Poco tempo fa ho visto, recuperato per vie traverse, questo film di Robin Hardy di cui non conoscevo l’esistenza fino al remake fatto da Neil Laute con Nicholas Cage nella parte dello sceriffo Edward Maulis. A parte tutta una serie di forti variazioni di senso che sono state fatte rispetto all’originale sceneggiatura di Anthony Shaffer, molte altre cose sono state modificate in quest’ultimo film assolutamente privo di senso e di valore, sia estetico che culturale (ma non è certo l’unico!!), a partire ad esempio alla sostituzione di Lord Summerisle, interpretato nel film del 1973 da Cristopher Lee con una donna, quasi a voler rendere più fiabesca la questione (si sa, il mito delle streghe non muore mai), interpretata da Ellen Burstyn.

Il film del 1973 è una di quelle pellicole che secondo me, fastidiose o meno, bisognerebbe far vedere un po’ a tutti, così, a titolo filosofico-culturale, perché oltre ad essere alla fine uno dei film più inquietanti che abbia mai visto, capace di fare un baffo, a livello di suspence ma anche di disagio figurativo, ai peggiori horror, è una delle più potenti ed efficaci critiche alla religiosità in generale e alle capacità negative del fanatismo umano. Un vera e propria denuncia, ma fatta bene, come adesso non si è capaci di fare: fantasiosa e assolutamente verosimile allo stesso tempo, senza fronzoli, diretta, raccontata decentemente e prima di ogni altra cosa capace di passare direttamente sotto pelle, di comunicare sfruttando le atmosfere e su tutti i livelli (dialogico, narrativo, figurativo, ecc.)

In epoca di forte ritorno di scontri economici costantemente fatti passare per differenze religiose, un film che in maniera provocatoria farei girare sugli schermi vuoti delle metropolitane, come un bello specchio in cui stare guardare la declinazione peggiore della fantasia umana, quella che si associa al lato sanguinario

3.21.2007

Mi sono girata un attimo per guardare a un paio di altre cose e il tempo se n'è volato via...