10.09.2012

E' stato il Figlio



Ciprì torna alla regia dopo 8 anni, per questo film del quale ha curato autonomamente anche la fotografia: non lo ricordavo, ma è stato Ddf di Roberta Torre, oltre che naturalmente di Maresco, di Bellocchio e di Celestini, ma questo forse è un dettaglio che interessa solo a me.
Che dire di questo film, se non che si tratta di un capolavoro del grottesco? Si sa, io vedo di tutto, ma era da un po’ che un prodotto cinematografico  non mi colpiva in questa maniera: è stato come ricevere una coltellata nello stomaco, mi ha lasciata stordita, quasi  disgustata. Non amo ripercorrere le trame dei film, perché credo che scriverne debba servire ad aggiungere qualcosa: uno sguardo, un pensiero, senza rivelarne nulla e si sa, una storia colpisce proprio se non se ne conoscono i risvolti.
Di certo credo che questa pellicola sia un’ottima critica ai lati più squallidi e tristi della nostra Italia, impostata in maniera assolutamente intelligente, mai banale e a tratti anche divertente. A parte qualche autocitazione, per lo più figurativa, nella scelta di alcuni personaggi dalle caratteristiche somatiche deformi, com’è sempre stato nello stile di Ciprì e Maresco, per il resto ogni individuo  è studiato e recitato in maniera impeccabile, almeno dal mio punto di vista, ed anche visualizzato nella maniera più pregnante che ci potesse essere. Noi, dietro alla cinepresa, , interagiamo con questi personaggi come se potessimo sentirne l’odore e il sudore, su qualunque piano.
 Ancora una volta Ciprì è riuscito a trasmettere non solo i contenuti allegorici e diretti di una storia come quella di Alajmo , ma tutta la carnalità, la disperazione e l’animalità di questi individui, che non possono far altro che continuare a sopravvivere e a  puntare alla salvaguardia di loro stessi, nel continuo mantenimento delle specie che fa parte della natura, ma in un ambiente che con il naturale non ha quasi più nulla a che vedere , deformato dalle idee, dalle strutture, dai sogni e dai bisogni degli esseri umani che lo abitano.
Un neanche tanto piccolo capolavoro dunque, che sintetizza alla perfezione, visivamente ed emotivamente, la violenza e la follia intrinseca dell’esistenza, nella quale noi siamo pedine, piegate dalla forma delle nostre scacchiere. Un elogio alla fotografia, impeccabile, incisiva, funzionale. Un encomio a Servillo, che come attore stimo sempre di più, nella sua interpretazione esasperata, ma allo stesso tempo nervosamente realistica, di questa vittima tra le vittime, padre di famiglia senza alcun potere, né diritto.
Anche i luoghi parlano in questo film: tutto, esprimendo un profondo disagio per la perdita totale di qualunque forma di presunta oggettività.
Una nota per me: il volto della madre, la fame della madre e la geniale figura del pensionato-usuraio, intercambiabile e sovrapponibile, ma sempre ferma su concretissime condizioni.